Martino Manzi detto Martignòn, nato a Casalecchio di Sopra di Perticara il 15 febbraio 1836 e allo stesso giorno battezzato al Fonte Battesimale di Tornano perché la parrocchia si S.Martino a quel tempo non aveva un Fonte Battesimale proprio.
I genitori si chiamavano: Manzi Pietro e Monti Maria.
Aveva due fratelli (Giovanni e Davide) e quattro sorelle (Eurosia, Faustina, Filomena,Eva).
I genitori erano poveri, ma persone per bene. Martino invece “fu sempre inquieto e turbolento”.
A vent'anni risulta ammogliato.
Capo sorvegliante delle miniere sulfuree di Perticara, sergente furiere della Guardia Nazionale, nel 1859 partì volontario per la seconda Guerra d’Indipendenza, insieme a molti altri patrioti di Perticara, repubblicani come lui.
Era uomo di fiducia del direttore delle due Miniere, Pietro Pirazzoli.
Scrive Varotti:
“Per oltre ventanni tenne una vasta zona sotto pressione con la minaccia di rappresaglie sotto il tiro della sua doppietta o quella dei suoi banditi.
Di lui se ne raccontano tante che è perfino difficile elencarle tutte.
“ Al suo tempo – si legge nelle memorie di Don Bertozzi – impera il partito repubblicano, e Martignone aveva costituito un gruppo di uomini d’intendimenti repubblicani, pronto a tutto. Anche i fratelli Giovanni e Davide facevano parte di questo gruppo, che, guidato da Martignone, dovunque passava, portava il terrore”.
Il 1 settembre 1872, Martignone partecipò ad una festa in Sant’Agata Feltria.
Scrive il Bartolini:
“ Tra “ le due Ave Maria” di quel giorno, era a braccetto di una mondana di San Donato, di nome Lucia, la quale ricevette – forse per aver pronunciato frasi ingiuriose – uno schiaffo dal carabiniere Pisani.
Tra l’uomo dell’ordine e il capo banda nacque un battibecco, ma sul presente, senza conseguenze. Il 15 dello stesso mese, in San Donato, altra festa, alla quale partecipò pure Martignone con i fratelli Davide e Giovanni. Quest’ultimo, nella piazza del Paese, fu perquisito dai carabinieri e, trovato in possesso di un coltello, arrestato. Martignone, presente al fatto, cercò di calmare il fratello. Secondo alcuni gli ha detto: “Va, va pure, che anch’io vengo con te”.
Ma già meditava la vendetta.
Dopo l’arresto di Giovanni, Davide, probabilmente per ordine di Martignone, andò in cerca di compagni e di armi per liberare l’arrestato.
Nella notte si tese alle forze dell’ordine una feroce imboscata. Nel conflitto caddero uccisi tre carabinieri di S.Agata. Tra questi, gravemente ferito, Giovanni Manzi, che invano era stato utilizzato come scudo dal carabiniere che l’aveva in custodia.
Nel frattempo, Martignone divenne uccello da rapina, protetto dalla sua banda e coperto dall’omertà della popolazione che lo temeva.
Fu presto sconfessato anche dai Repubblicani che affissero nel Montefeltro manifesti ove dichiaravano di disdegnare “ la vendetta che si cela nell’ombra” e di tenere “vile colui che ferisce alla schiena”. Sul capobanda si pose una taglia di mille lire,e, altre inferiori, sugli altri.
Fu ucciso dai suoi stessi compagni la sera del 19 novembre 1872 in un castagneto che da Piedimonte conduce a Tornano.” ( da Perticara nel Montefeltro di Don Bartolini).
Da: “Il segreto di Beatrice” di Benedetti:
“A Perticara questi fatti causarono la rovina politica dei Repubblicani: “… Garibaldi e Mazzini...qui nella repubblica di Perticara, comandavano. Quando Martignone ha ammazzato i carabinieri, s’è rivoltata la frittata, e la repubblica di Perticara è finita.”
“Il governo ha fatto la mossa giusta. Ha messo in seconda riga nelle indagini i carabinieri troppo interessati direttamente, che volevano vendicarsi. E’ venuto un delegato di polizia, una volpe che stava a Pennabilli a sorvegliare le mosse dei preti, e non aveva niente da fare perché i preti non si muovevano. Allora gli diedero la gatta di Perticara da pelare. Martignone voleva soldi per emigrare in America e li voleva dai suoi vecchi amici repubblicani dai quali dipendeva la Società di Mutuo Soccorso. Il delegato ha capito che quello era il tasto da toccare. L’avarizia e la paura che Martino una volta catturato facesse spia dei delitti fatti assieme.
Poteva bastare un Martignone morto. Chiusa la bocca per sempre, risparmiati i soldi, affare fatto.
Il delegato istruì gli “amici” come ammazzare Martignone e farla franca. Dovevano ucciderlo nella provincia di Forlì dove la lotta politica era alla romagnola, cioè fucile e pugnale. Un chilometro dal confine della provincia di Pesaro, nel comune di Mercato Saraceno, verso Tornano, in provincia di Forlì, dove era stato battezzato, l’hanno ammazzato.”
Scrive Don Bertozzi:
“Al funerale, in forma civile, intervenne molto popolo, specialmente dalla vicina Romagna. Erano quelli delle miniere di zolfo della Boratella, vicino a Cesena , i repubblicani contrari a Mazzini e che tenevano per Garibaldi e la Comune di Parigi.”
Valida ci sembra la considerazione espressa da Benedetti nel suo “Un innominato dell’ottocento”:
“ Quella strage fu azione folle e devastante che deve essere valutata nel prima e nel dopo.
Il prima, in rapporto con i lontani sommovimenti europei e la loro risonanza nelle miniere gemelle del Cesenate. Martino Manzi era un garibaldesco, e stava per la Comune.
Il dopo di quella lontana sciagura, arriva fino a bagnare la storia recente: i minatori di Perticara da quell’episodio dimezzati come soggetti politici, iniziarono un cammino a ritroso che portò all’adesione di massa e apparentemente immotivata alla Repubblica Sociale.”
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